Tavoli, banchetti e pietanze. Ti cucino il precario


E’ provato, i tavoli favoriscono la concertazione. Ma mancano Polizia e Carabinieri.


Il ministro del lavoro Damiano del governo Prodi ne ha aperto ben tre, di cui uno su mercato del lavoro e welfare. Invitati oltre 40 commensali, per non scontentare nessuno: rappresentanti sindacali e imprenditoriali, associazioni di categoria, Enti Bilaterali. Mancano Polizia e Carabinieri, e poi ci sono tutti tranne i diretti interessati, i precari, visto che proprio la lotta alla precarietà dovrebbe essere l’oggetto di cotanta attenzio-ne. Tema è la proposta di Damiano sulla riforma degli ammortizzatori sociali: aumento del sussidio di disoccupazione sino al 50% dell’ultimo stipendio, con il limite massimo invariato (814 euro al mese); invariata anche la clausola capestro per i precari: versamento obbligatorio di 52 settimane di contributi negli ultimi 24 mesi, prima di perdere il posto di lavoro. C'è una seconda proposta: estensione della cassa integrazione anche alle imprese con meno di 15 dipendenti, presumibilmente a carico dei contributi sociali dell’Inps (quindi, una partita di giro tra lavoratori). Infine, si propongono incentivazioni alla contrattazione aziendale (secondo livello) che copre, secondo l'Istat, non più del 25% dei lavoratori, la maggior parte dei quali nelle grandi imprese. La contrattazione nazionale naufraga, i precari continuano a esserne esclusi comunque, ma i tavoli, seguendo le indicazioni di Minchino e di vari altri geniali maître à penser, si concentrano sugli integrativi aziendali. Tre considerazioni. I precari non hanno diritto di parola, non sono presenti, né interpellati. Non stupisce quindi che le proposte riguardino chi sta fuori dal mercato del lavoro (disoccupati e pensionati), mentre l'emergenza vera di welfare riguarda chi si trova all'interno del mercato del lavoro (i precari, appunto). La logica di tali riforme è impregnata da un lavorismo anni ’60, della serie: “chi non lavora, non fa l’amore”. Lo conferma l’intenzione del ministro di introdurre un reddito minimo, temporaneo, familiare, condizionato, come processo di inserimento coatto al mercato del lavoro. Proposta oggi, comunque, caduta nel dimenticatoio. L’impressione è che i precari più che commensali al tavolo siano invece la principale pietanza del lauto banchetto che sulla nostra pelle molti ambiti sindacali e politici da anni stanno conducendo.